CAPITOLO XVIII
Lui l’aiutò ad aggrapparsi
e a scavalcare la parete. Si ritrovarono nel corridoio
del secondo livello. Sembrava deserto. Cominciarono a
correre con il cuore in gola, terrorizzati dalla paura di essere
sorpresi e uccisi da un momento all’altro.
«Dobbiamo salire dalle scale di emergenza… - gridò
Mc-Gregory - Venga, mi segua, sono di là…»
Francesca era esausta ma non poteva, non doveva arrendersi!
Svoltarono in fondo al corridoio e fu là che si trovarono
di fronte a una scena agghiacciante.
Corpi di uomini dilaniati giacevano in terra senza vita.
Brandelli di carne, uomini con braccia e gambe recise. Dalla
testa fracassata di un uomo fuoriusciva materia grigia.
Francesca si sentì venir meno. Non aveva più forze. Si
accasciò in un angolo a vomitare.
«La prego miss Guerrazzi… Mi segua… Presto, mi dia
la mano... non guardi…»
Con fatica lei si rialzò, camminando in mezzo a quel
massacro. Solo la forza della disperazione la sostenne.
Lui raccolse la pistola di un uomo morto e insieme raggiunsero
le scale di emergenza. Cominciarono a salire i
gradini lentamente, guardandosi intorno circospetti. Il fragore
degli spari proveniva dall’esterno.
«Sono certo che il loro obiettivo sarà l’arsenale. Cercheranno
di appropriarsi delle armi. - disse Mc-Gregory - Mi
stia ad ascoltare attentamente miss Guerrazzi. L’arsenale è
situato in un capannone a qualche centinaio di metri dal
nostro bunker, verso ovest. Perciò, appena saremo fuori,
cercheremo di uscire e ci dirigeremo a est. Io andrò avanti,
lei dovrà seguirmi con estrema cautela. Se tutto andrà bene,
la condurrò fino alla baia e lì potrà prendere il motoscafo
per scappare via. Ha capito bene?»
Francesca con occhi vitrei, deglutì, annuendo. Era attonita
e impietrita da tutto quanto aveva visto.
Raggiunsero finalmente l’uscita. Mc-Gregory si appostò
dietro la porta e, aprendola quanto bastava per dare
un’occhiata fuori, si assicurò che non ci fosse nessuno. Lei,
intanto, si era appoggiata con la schiena lungo la parete,
senza fiato.
«Stia molto attenta ora, Miss. Sarà pericolosissimo lì
fuori. Tenteremo di zigzagare intorno a quelle costruzioni.
Le vede? Fino alla recinzione. Ci dirigeremo verso la baia.
Vedrà, ce la faremo!»
Lei annuì. Mc-Gregory aprì la porta all’inferno.
Uscì per prima lui e Francesca, come d’accordo, lo seguì.
Fuori pioveva ancora. Il temporale imperversava
tutt’intorno. Il terreno era viscido, fangoso. Rivoli d’acqua
provenienti dai canali di scolo delle costruzioni serpeggiavano
qua e là, alimentando grosse pozze formatesi nel terreno.
giovedì 22 agosto 2013
CAPITOLO V
.... Lei trattenne per un attimo il respiro, preda di dolcissime
emozioni mai provate prima. Lui appariva, come sempre,
sicuro, impenetrabile, inafferrabile. Quando fu dinanzi
a lui capì la ragione del suo malessere, delle sue smanie, del
suo irrefrenabile impulso ad abbandonare tutto, rincorrendo
un pericolosissimo sogno.
.... Lei trattenne per un attimo il respiro, preda di dolcissime
emozioni mai provate prima. Lui appariva, come sempre,
sicuro, impenetrabile, inafferrabile. Quando fu dinanzi
a lui capì la ragione del suo malessere, delle sue smanie, del
suo irrefrenabile impulso ad abbandonare tutto, rincorrendo
un pericolosissimo sogno.
CAPITOLO I
Settembre, 1990
Era uno di quei tipici bar del centro, quelli situati di fronte
alle piazzette antiche, con i tavolini all’aperto e l’atmosfera
un po’ retrò dello stile Liberty. Una mattina di fine estate
con l’aria severa e pungente che increspa la pelle e la rassegna
a un altro inverno da venire.
La piazzetta a quell’ora del mattino era ancora deserta.
Lungo i vicoletti lastricati del quartiere antico rimbalzavano,
dai muri delle oscure case, i passi frettolosi di un passante
distratto. A frotte si riunivano, sbattendo agitati le ali, dei
colombi intorno a briciole di pane seminate qua e là. Spiccando
ora il volo, ora ritornando intorno all’obelisco centrale
della piazza. L’odore di caffè e di pane appena sfornato si
spandeva languido, insinuandosi invitante tra le fessure
delle imposte ancora chiuse delle case.
Lei era là. Bellissima!
Seduta a uno dei tavolini del bar all’aperto. Lo sguardo
assente, tuffato tra le pagine di un quotidiano di finanza.
Come tutte le mattine, faceva colazione lì, assaporando, tra
un titolo e l’altro della Borsa, un cappuccino fumante e un
fragrante cornetto alla crema.
Le gambe accavallate, lunghissime, si agitavano nervose,
avvolte in sottilissime calze nere di seta. Da uno spacco laterale
della gonna spuntava, malizioso, il pizzo nero dei
reggicalze.
Era sexy, ma di quella sensualità che toglie il respiro,
che intimidisce. Una sensualità innata e forse perfino inconsapevole.
Settembre, 1990
Era uno di quei tipici bar del centro, quelli situati di fronte
alle piazzette antiche, con i tavolini all’aperto e l’atmosfera
un po’ retrò dello stile Liberty. Una mattina di fine estate
con l’aria severa e pungente che increspa la pelle e la rassegna
a un altro inverno da venire.
La piazzetta a quell’ora del mattino era ancora deserta.
Lungo i vicoletti lastricati del quartiere antico rimbalzavano,
dai muri delle oscure case, i passi frettolosi di un passante
distratto. A frotte si riunivano, sbattendo agitati le ali, dei
colombi intorno a briciole di pane seminate qua e là. Spiccando
ora il volo, ora ritornando intorno all’obelisco centrale
della piazza. L’odore di caffè e di pane appena sfornato si
spandeva languido, insinuandosi invitante tra le fessure
delle imposte ancora chiuse delle case.
Lei era là. Bellissima!
Seduta a uno dei tavolini del bar all’aperto. Lo sguardo
assente, tuffato tra le pagine di un quotidiano di finanza.
Come tutte le mattine, faceva colazione lì, assaporando, tra
un titolo e l’altro della Borsa, un cappuccino fumante e un
fragrante cornetto alla crema.
Le gambe accavallate, lunghissime, si agitavano nervose,
avvolte in sottilissime calze nere di seta. Da uno spacco laterale
della gonna spuntava, malizioso, il pizzo nero dei
reggicalze.
Era sexy, ma di quella sensualità che toglie il respiro,
che intimidisce. Una sensualità innata e forse perfino inconsapevole.
venerdì 9 agosto 2013
FRANCESCA, IL MONDO DIETRO UN VETRO di M Rosaria Franco Albus Edizioni
12 AGOSTO 2013
ORE 21.00
TERME DI TELESE
NEL CORSO DELLA SERATA VERRANNO ESPOSTE ANCHE ALCUNE TELE DI
CARMELO COSTA ... AUTORE DELLA COPERTINA DEL LIBRO ...
Francesca, la protagonista del romanzo è una donna dal temperamento dinamico e intraprendente, ma anche romantica e sensuale. La storia è ambientata nel mondo dell’alta finanza in una grande città dell’Italia del Nord, ma le romantiche e suggestive atmosfere dell’isola greca di Rodi faranno da contrappunto ad un’importante storia d’amore che, sul filo della suspense, si tingerà di mistero e profumerà di eros. Mi piace scrivere con uno stile semplice, cercando di scavare nel profondo dell’animo dei miei personaggi, attraverso sguardi, sfumature, profumi. Dicono del mio libro che sembra essere stato scritto per la sceneggiatura di un film, con quella stessa memoria fotografica e tensione che caratterizza le scene di un pellicola cinematografica.
Prezzo:€ 10,00 Pagine:
212 Isbn: 978-88-96099-66-7 Anno: 2012 Genere: Romanzo Collana: narrando Albus
edizioni
Per Telese Terme: Libreria "Volta Pagina" Corso Trieste 12 Telese T.
Desidero ringraziare di cuore l'associazione "Il gigante buono" di Telese Terme che nell’ambito della VIII edizione del Memorial Cesare Alterio – ci ha concesso lo spazio per la presentazione del romanzo “Francesca, il mondo dietro un vetro” e l’esposizione delle tele di Carmelo Costa.
Un caloroso ringraziamento da parte mia alla bravissima Maria Grazia Porceddu che ha fortemente voluto questo angolo di cultura presentando nelle cinque serate: “Spizzichi d’autore”.
E all’artista Carmelo Costa che ci ha omaggiato con la mostra di alcune delle sue meravigliose opere.
M. Rosaria
Desidero ringraziare di cuore l'associazione "Il gigante buono" di Telese Terme che nell’ambito della VIII edizione del Memorial Cesare Alterio – ci ha concesso lo spazio per la presentazione del romanzo “Francesca, il mondo dietro un vetro” e l’esposizione delle tele di Carmelo Costa.
Un caloroso ringraziamento da parte mia alla bravissima Maria Grazia Porceddu che ha fortemente voluto questo angolo di cultura presentando nelle cinque serate: “Spizzichi d’autore”.
E all’artista Carmelo Costa che ci ha omaggiato con la mostra di alcune delle sue meravigliose opere.
M. Rosaria
martedì 18 giugno 2013
Un libro per l'estate ...
Francesca, il mondo dietro un vetro
di M. Rosaria Franco - Albus Edizioni
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Mi piace scrivere con uno
stile semplice, cercando di scavare nel profondo dell’animo dei miei
personaggi, attraverso sguardi, sfumature, profumi. Dicono del mio libro che
sembra essere stato scritto per la sceneggiatura di un film, con quella stessa
memoria fotografica e tensione che caratterizza le scene di un pellicola
cinematografica.
Un romanzo da leggere tutto d’un fiato … quest’estate sotto l’ombrellone.
Prezzo:€ 10,00 Pagine:
212 Isbn: 978-88-96099-66-7 Anno: 2012 Genere: Romanzo Collana: narrando Albus
edizioni
lunedì 8 aprile 2013
"Francesca il mondo dietro un vetro" - Albus Edizioni
di M. Rosaria Franco

Un romanzo che coinvolge fin dalle prime righe e, pagina dopo pagina, diventa sempre più avvincente tingendosi di giallo, impregnandosi di avventura, profumandosi di eros.
In tutte le migliori librerie
oppure direttamente dal sito: www.albusedizioni.it
Libreria Voltapagina C/SO Trieste n. 1282037 Telese T.
Libreria Voltapagina C/SO Trieste n. 1282037 Telese T.
Prezzo:€ 10,00 Pagine: 212 Isbn: 978-88-96099-66-7 Anno: 2012 Genere: Romanzo Collana: narrando Albus edizioni
Estratto dal CAPITOLO XIV
Intanto, l’auto raggiunse il cancello di entrata del parco. Posteggiò. Scesero due arabi che, con fare guardingo, presero a ispezionare il giardino antistante alla casa. Raggiunto l’ingresso, uno di loro, con il calcio del fucile, infranse il vetro di una finestra e penetrò all’interno.
L’altro, con la pistola in mano, rimase fuori di guardia.
Marino e Francesca erano rimasti nascosti dietro la folta vegetazione prospiciente la piccola cala.
– Dobbiamo cercare di raggiungere l’auto e scappare.– Le disse Marino.
Lei rimase immobile a fissarlo, tentando di elaborare un piano. Lui si guardava freneticamente intorno, tentando di tenere sotto controllo la situazione. I loro respiri erano mozzi, gli occhi vitrei, i nervi tesi. Restarono in silenzio con la mente affollata di pensieri e il cuore che batteva impazzito.
L’arabo rimasto di guardia cominciò passeggiare nervosamente su e giù nel parco. Raggiunse la recinzione che delimitava il confine della casa. Si affacciò alla balaustra di protezione osservando il ripido strapiombo sul mare. Notò la piccola cala sottostante e il sentiero semi-nascosto che accedeva a essa. Insospettito, cominciò a scendere lungo il sentiero scosceso. Da circa trenta metri più giù, Marino e Francesca lo videro avanzare.
Terrorizzati, si lanciarono uno sguardo smarrito.
– Corri, Francesca, corri! Raggiungi l’auto, presto! –
– No vieni con me! – Gli rispose.
– E’ troppo vicino, Se restiamo insieme ci ucciderà, scappa. Io tenterò di assalirlo alle spalle. Tu vai! VAI! – Le ordinò, poi baciandola velocemente sulle labbra, corse zigzagando tra gli alberi per non farsi notare.
Francesca rimase per un attimo attonita a fissarlo mentre si allontanava, poi prese a correre con il fiato in gola verso l’auto.
L’arabo, correndo giù per la discesa, scivolò rovinosamente lungo le pendici, sbattendo la testa contro uno sperone di roccia. La pistola ruzzolò poco più in là. Marino era appostato a qualche metro dietro un grosso cespuglio. L’arabo si rialzò a fatica, con una ferita sanguinante sulla fronte. Marino con un balzo gli saltò addosso. Lottarono entrambi, prendendosi a pugni. L’arabo afferrò la pistola, tentando di sparare ma Marino rapidamente gli bloccò con forza le mani. Partì un colpo. Si guardarono entrambi per un lunghissimo attimo di pietrificante terrore. Poi l’arabo si accasciò con una grossa macchia di sangue sul petto, esalando l’ultimo respiro.
Marino lo fissò con occhi sbarrati. Restò immobile, incredulo. Aveva le mani macchiate dal sangue ancora caldo e vischioso di quell’uomo. Non aveva mai ucciso nessuno fin allora ma l’orrore che provava dentro era insopportabile. Diede un urlo di dolore verso il cielo poi, afferrata la pistola, cominciò a scappare, tentando di raggiungere Francesca.
Corse con tutta la forza che aveva, con il fiato che sembrava strozzargli la gola. Cadde, si rialzò e cadde ancora inciampando tra i rovi. L’altro arabo, richiamato dallo sparo, uscì dalla casa di corsa. Si precipitò verso la recinzione. Affacciandosi, vide sotto di lui il compagno ucciso e Marino che scappava tra gli alberi. Decise di non sparare da quell’altezza e con un bersaglio mobile. Si precipitò verso la jeep, tentando di raggiungerlo dalla stradina.
Francesca aveva udito lo sparo ed era corsa indietro. Vide Marino riverso in terra con una grossa macchia di sangue sulla camicia.
– NOOOO! – Gridò temendo il peggio e soccorrendolo in lacrime.
– Sto bene! Non temere, sto bene. Presto scappiamo. – Le disse.
Corsero tenendosi per mano e raggiunsero l’auto. Salirono a bordo e Marino partì sgommando a gran velocità in direzione della strada principale. La jeep dell’arabo, intanto, avanzava velocemente dalla stradina adiacente. Giunta al bivio, s’immise nella via e ingaggiò con loro un inseguimento.
La strada, a quell’ora del mattino, era deserta. Il posto era isolato. L’arabo cominciò a fare fuoco contro di loro dal finestrino.
– Hai mai sparato, Francesca? – Le chiese, porgendole tra le mani la pistola.
– Non so neanche come si usa un’arma! – Rispose lei, osservando atterrita la pistola ancora sporca di sangue.
Era ancora l’alba
quando furono svegliati dal rombo di un motore. Ancora un po’ storditi, si
lanciarono uno sguardo di sconcerto. Marino balzò in piedi, guardandosi
intorno. Una jeep stava percorrendo l’erta stradina che si snodava lungo la
parete a picco sul mare e che conduceva alla sua residenza.
– Sono loro! Corri! – Le ordinò risoluto.
Marino afferrò per
mano Francesca, scappando verso un riparo per nascondersi. Intanto, l’auto raggiunse il cancello di entrata del parco. Posteggiò. Scesero due arabi che, con fare guardingo, presero a ispezionare il giardino antistante alla casa. Raggiunto l’ingresso, uno di loro, con il calcio del fucile, infranse il vetro di una finestra e penetrò all’interno.
L’altro, con la pistola in mano, rimase fuori di guardia.
Marino e Francesca erano rimasti nascosti dietro la folta vegetazione prospiciente la piccola cala.
– Dobbiamo cercare di raggiungere l’auto e scappare.– Le disse Marino.
Lei rimase immobile a fissarlo, tentando di elaborare un piano. Lui si guardava freneticamente intorno, tentando di tenere sotto controllo la situazione. I loro respiri erano mozzi, gli occhi vitrei, i nervi tesi. Restarono in silenzio con la mente affollata di pensieri e il cuore che batteva impazzito.
L’arabo rimasto di guardia cominciò passeggiare nervosamente su e giù nel parco. Raggiunse la recinzione che delimitava il confine della casa. Si affacciò alla balaustra di protezione osservando il ripido strapiombo sul mare. Notò la piccola cala sottostante e il sentiero semi-nascosto che accedeva a essa. Insospettito, cominciò a scendere lungo il sentiero scosceso. Da circa trenta metri più giù, Marino e Francesca lo videro avanzare.
Terrorizzati, si lanciarono uno sguardo smarrito.
– Corri, Francesca, corri! Raggiungi l’auto, presto! –
– No vieni con me! – Gli rispose.
– E’ troppo vicino, Se restiamo insieme ci ucciderà, scappa. Io tenterò di assalirlo alle spalle. Tu vai! VAI! – Le ordinò, poi baciandola velocemente sulle labbra, corse zigzagando tra gli alberi per non farsi notare.
Francesca rimase per un attimo attonita a fissarlo mentre si allontanava, poi prese a correre con il fiato in gola verso l’auto.
L’arabo, correndo giù per la discesa, scivolò rovinosamente lungo le pendici, sbattendo la testa contro uno sperone di roccia. La pistola ruzzolò poco più in là. Marino era appostato a qualche metro dietro un grosso cespuglio. L’arabo si rialzò a fatica, con una ferita sanguinante sulla fronte. Marino con un balzo gli saltò addosso. Lottarono entrambi, prendendosi a pugni. L’arabo afferrò la pistola, tentando di sparare ma Marino rapidamente gli bloccò con forza le mani. Partì un colpo. Si guardarono entrambi per un lunghissimo attimo di pietrificante terrore. Poi l’arabo si accasciò con una grossa macchia di sangue sul petto, esalando l’ultimo respiro.
Marino lo fissò con occhi sbarrati. Restò immobile, incredulo. Aveva le mani macchiate dal sangue ancora caldo e vischioso di quell’uomo. Non aveva mai ucciso nessuno fin allora ma l’orrore che provava dentro era insopportabile. Diede un urlo di dolore verso il cielo poi, afferrata la pistola, cominciò a scappare, tentando di raggiungere Francesca.
Corse con tutta la forza che aveva, con il fiato che sembrava strozzargli la gola. Cadde, si rialzò e cadde ancora inciampando tra i rovi. L’altro arabo, richiamato dallo sparo, uscì dalla casa di corsa. Si precipitò verso la recinzione. Affacciandosi, vide sotto di lui il compagno ucciso e Marino che scappava tra gli alberi. Decise di non sparare da quell’altezza e con un bersaglio mobile. Si precipitò verso la jeep, tentando di raggiungerlo dalla stradina.
Francesca aveva udito lo sparo ed era corsa indietro. Vide Marino riverso in terra con una grossa macchia di sangue sulla camicia.
– NOOOO! – Gridò temendo il peggio e soccorrendolo in lacrime.
– Sto bene! Non temere, sto bene. Presto scappiamo. – Le disse.
Corsero tenendosi per mano e raggiunsero l’auto. Salirono a bordo e Marino partì sgommando a gran velocità in direzione della strada principale. La jeep dell’arabo, intanto, avanzava velocemente dalla stradina adiacente. Giunta al bivio, s’immise nella via e ingaggiò con loro un inseguimento.
La strada, a quell’ora del mattino, era deserta. Il posto era isolato. L’arabo cominciò a fare fuoco contro di loro dal finestrino.
– Hai mai sparato, Francesca? – Le chiese, porgendole tra le mani la pistola.
– Non so neanche come si usa un’arma! – Rispose lei, osservando atterrita la pistola ancora sporca di sangue.
– Puntala contro la ruota della sua auto e spara!
– Gli urlò, tenendo d’occhio dallo specchietto retrovisore la jeep che li
inseguiva. Non c’era tempo di pensare. Francesca
aprì il finestrino e, voltandosi, sparò un colpo.
sabato 6 aprile 2013
L'angolo dei miei pensieri
Le donne sono come preziosi diamanti dalle mille sfaccettature.
Sono rare e non accessibili per tutti.
Gli scrittori hanno il divino privilegio di
guardare, annusare, penetrare nel cuore delle cose.
Quel che resta di tutto ciò
... è poesia.
Le donne sono come preziosi diamanti dalle mille sfaccettature.
Sono rare e non accessibili per tutti.
Per chi non sa apprezzarle ci sono in giro
innumerevoli imitazioni.
“ Innamorarsi delle parole”
“ Innamorarsi delle parole”
Con il tempo ho imparato ad amare le parole. Ce ne sono alcune che solo a pronunciarle ti mettono i brividi sulla pelle, altre che ti riscaldano il cuore e ci sono quelle che ti lasciano sognare. Mi sono innamorata delle parole perché erano le uniche che davano un senso ai miei pensieri, ai miei stati d’animo e ai miei ricordi più preziosi.
Nelle parole trovi il conforto quando gli sguardi sfuggono ed il tempo tradisce le attese.
Nelle parole trovi il conforto quando gli sguardi sfuggono ed il tempo tradisce le attese.
Pronunci
un nome … un “nome” solo … e tutto un mondo si apre dinanzi a te!
Talvolta,
però, arrivano anche quelle che non si capiscono, che non si accettano e fanno
male più di uno schiaffo. Parole che non vorremmo sentire mai, che ci tolgono
il respiro e non ci danno via di scampo.
Ho dato parole ai miei pensieri più intimi, pensieri che non osavo nemmeno sussurrare. E … sono state parole così forti da rimbombare nei quattro angoli del tuo cuore. Parole che mi rimproveri di non dover mai pronunciare ma resteranno lì, esattamente dove le hai lasciate, disarmate e sole.
Ho dato parole ai miei pensieri più intimi, pensieri che non osavo nemmeno sussurrare. E … sono state parole così forti da rimbombare nei quattro angoli del tuo cuore. Parole che mi rimproveri di non dover mai pronunciare ma resteranno lì, esattamente dove le hai lasciate, disarmate e sole.
Resto
ancora nel mio mondo parallelo al tuo, consapevole di tutto quanto.
Volevo
solo che tu sapessi e nient'altro, perché tutto il dolore che mi porto dentro
non sia svilito dal silenzio. In fondo sono solo " parole" che puoi
cancellare o scolpire perché ora appartengono solo a te.
Viviamo tutti tra una
parentesi di infinito. Siamo "nullità" a cui un potere Divino ha
donato rilevanza ed ha concesso libero arbitrio.
La realtà che scorgiamo è
solo una proiezione della nostra mente. Vediamo solo ciò che è necessario per
la nostra sopravvivenza. Ci sono realtà, dimensioni imperscrutabili delle quali
potremmo godere solo con il beneficio dell’immaginazione.
Io credo che quando si ama l'anima si nutre di
essenze vitali. Ciò che si disperde è la parte meno nobile del sentimento.
La
“geometria” dei pensieri. Il pensiero come frattale di
un’interiorità complessa, misteriosa ed affascinante.
il pensiero sopravvive al rogo dell'ignoranza.
Penso che ognuno di noi vede le cose con occhi diversi. Del
resto ,l'armonia si ottiene dal suono di vari strumenti. Non
"condividiamo" quasi nulla perché ci sono slanci emotivi
completamente diversi, ma ... c'è una misteriosa formula che comunque ci tiene
uniti. Un pò ... come la "materia
oscura" dell'universo, che contrasta l'energia oscura e tiene uniti
pianeti, stelle, galassie.C' è una "Ragione oscura" in ognuno di noi
che unisce le nostre emozioni più profonde, qualcuno lo chiama
"amore".
Tutti ci nascondiamo tra le pagine di un libro, ma qualcosa
affiora tra le righe consegnandoci la parte più profonda del nostro essere.
I sogni non muoiono mai. Restano semplicemente sospesi in
attesa di un vento leggero che li trasporti altrove.
... come sempre, oscilliamo su due altalene asincrone ma godendo insieme del vento sulla faccia.
il pensiero sopravvive al rogo dell'ignoranza.
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